Giordano Poloni: tra presente e futuro

Classe 1980, originario della provincia bergamasca ma da anni di base a Milano, già vincitore della Gold Metal della Society of Illustrators di New York e di molti altri premi, Giordano Poloni ha studiato cinema, per poi scoprirsi illustratore.

Illustrazioni Seriali: Come stai Giordano? Iniziamo a parlare del presente: a che progetti stai lavorando in questo momento?

Giordano Poloni: Direi bene, è un momento piuttosto tranquillo, ma stimolante. In questo periodo sono al lavoro sulle copertine dei libri di quattro serie diverse: i romanzi di Lansdale per Einaudi, la serie di gialli per ragazzi “Giallo e Nero” per Il battello a vapore, e due serie di detective stories ambientate nel Montana e Wyoming della collana Americana per la casa editrice francese Gallmeister. Nel mezzo ci sono poi altre copertine singole, editoriali e commerciali vari.

IS: L’anno scorso hai vinto la medaglia d’oro dell’American Society of Illustrator per il libro “C’est toi mon papa”. Vuoi raccontarci di com’è nata questa commissione?

GP: Dopo un progetto personale andato a vuoto, nel 2015 ho cercato una collaborazione con uno sceneggiatore/autore professionista per provare di nuovo la strada nella realizzazione di un libro per bambini. Ero molto inesperto del campo al tempo, ho contattato quindi il primo della lista, e uno dei pochi che conoscevo, per andare su sicuro, Davide Calì. Dopo averne discusso mi ha mandato tre o quattro sceneggiature e la mia scelta è caduta sul soggetto di un piccolo robot, perduto in una grande città alla ricerca del padre. Il tema delle architetture futuristiche mi ispirava molto, per il resto, in origine i robot che il protagonista incontra avrebbero dovuto essere tutti i più famosi della storia del cinema e delle serie tv, ma per questioni di diritti abbiamo poi optato per personaggi completamente inventati. Ho avuto quasi esclusivamente carta bianca, discutendo poi eventuali modifiche con Davide. Non essendo un progetto commissionato a priori mi sono preso tutto il tempo che mi serviva per farlo al meglio, tra una commissione e l’altra. Credo che non avere pressioni di tempo o vincoli esterni mi abbia permesso, in termini di risultati, di realizzare quello che volevo.

IS: Che importanza ha per te essere riconosciuto e premiato per il lavoro che hai svolto?

GP: Sarò onesto, quando sei in quella che consideri la parte centrale del tuo percorso ( e non è affatto scontato che avrà un’evoluzione) e guardi verso la cima dei grandi, vincere un premio come questo è prima di tutto un sollievo, è come trovare un posto stabile dove potersi riposare nella scalata all’Everest, è un riconoscimento oggettivo stabile, che ti resta e da cui ripartire, un gradino a metà strada che rende meno faticoso il percorso. E ovviamente è anche una grandissima gioia.

IS: Ti è stato chiesto molte volte in che modo la tua formazione cinematografica abbia influenzato il tuo modo di disegnare. Pensi che attualmente questo sia ancora un tratto distintivo dei tuoi lavori o hai cercato di allontanarti da quel modo di inquadrare le scene nelle tue illustrazioni?

GP: Sono ancora molto legato all’aspetto cinematografico, anche se ultimamente, lavorando su molte copertine per libri, la questione si è complicata in modo interessante. Le copertine hanno un impianto grafico importantissimo e ingombrante e ogni volta diverso ( o costante per le serie), molti titoli, riquadri, loghi da schivare e incastrare, non c’è più la pulizia dell’inquadratura e bisogna fare i conti con tutto questo. Ultimamente poi dò molta più importanza alla profonditi di campo e ai vari piani, mi interessa molto lo studio delle quinte.

IS: In quale modo nascono i tuoi lavori? Quando ti viene commissionato un lavoro, come inizia la preparazione e poi l’effettiva realizzazione dell’immagine?

GP: Concordato il soggetto, solitamente parto dalla scelta del taglio della composizione per decidere quale potrebbe essere quella che colpisce maggiormente. Faccio qualche ricerca in rete per cercare ispirazione e poi faccio una o più bozze molto veloci in bianco e nero, direttamente in digitale. Quando inizio a lavorare al definitivo, mano a mano che aggiungo elementi faccio anche diverse prove colore, fino a trovare la combinazione che reputo funzionare per quel lavoro.

IS: Hai mai pensato di abbandonare la tavoletta grafica per dedicarti solo alla carta? La definizione illustratore ti basta o ti senti più “artista” e per questo vorresti lavorare maggiormente a progetti personali che non presuppongano una commissione?

GP: Decisamente si, mi riprometto sempre di fare corsi per lavorare con tecniche “materiche” la matita in primis, non mi dispiacerebbe anche dipingere ad olio, ma vorrei fare un passo alla volta.

Per quanto mi riguarda mi basta la definizione di illustratore, ma considero comunque quella di artista come una condizione nella quale è possibile entrare ed uscire temporaneamente lavorando a progetti completamente svincolati da qualsiasi logica commerciale e di promozione, per il puro piacere di creare. Specifico, ho fatto moltissimi progetti personali, ma l’unico che mi ha avvicinato a quella condizione è stata la serie che ho chiamato “Pink Pois”, una serie che per me personalmente aveva più la valenza di opera artistica che di illustrazione.

IS: Quali sono i tuoi riferimenti artistici? In che modo ti relazioni con loro?

GP: I miei riferimenti artistici sono quelli che non guardo mai quando devo lavorare ad una commissione, li ho assimilati in condizioni neutre e li restano. Parliamo di grandi artisti come Hopper, Hockney o meno conosciuti come Dale Nichols. Per gli aspetti pratici delle commissioni preferisco concretizzare guardando altre illustrazioni e scene cinematografiche.

IS: C’è una domanda a cui vorresti rispondere e che non ti è mai stata fatta?

GP: Non so se riesco a far risalire questa riflessione ad una domanda precisa. Ho iniziato a pensare all’università, studiando cinema, al piacere che provavo vedendo alcuni film per la prima volta, all’emozione che alcuni mi davano e che chi ha creato quelle opere non ha potuto provare quel tipo di piacere. Un altro si, quello del creare, ma non quello di ritrovarsi di fronte a qualcosa dal nulla e meravigliarsi, insomma quello della spettatore vergine. Ovviamente questo vale per ogni tipo di arte, musica, libri, pittura. Mi piacerebbe capire se è una percezione e sensazione personale da creatore/fruitore. Ho certamente anche io il piacere tipico della creazione ma un po’ mi spiace non potere veder finito quello che faccio per la prima volta, trovarmelo di fronte all’improvviso. Quindi penso sempre, cosa si prova a vederle per la prima volta?

Queste e molti altri lavori si trovano sul sito:

http://giordanopoloni.com/

Illustrazione per Abitare
Illustrazione per il libro C’est toi mon papa?
C’est toi mon papa?
Illustrazione per Esquire
San Lorenzo
Una volta è abbastanza

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