Mario Sughi, Medioevo e illustrazione. L’intervista.

Mario Sughi è nato a Cesena nel 1961, vive e lavora a Dublino.
Si laurea nel 1986 in Lettere Moderne presso l’Università la Sapienza di Roma, e vince una borsa di studio in Storia Medievale che lo porta a Dublino. Le collaborazioni sono a Roma sul finire degli anni Settanta con le riviste di satira MALE e ZUT, ma l’Irlanda lo rapirà irrimediabilmente e oggi, dopo anni di lavoro nel settore, continua a fare l’illustratore dipingendo le sue tavole, tra schizzi e Photoshop, in uno studio di fronte al mare di Dublino. Presentato in diverse gallerie di tutto il mondo, da Los Angeles, New York e Milano, i suoi lavori hanno disegnato le illustrazioni di innumerevoli riviste e siti web includendo Mario Sughi tra i 200 migliori illustratori mondiali nel catalogo di LÜrzer’s Archive del 2009.

IS: Mario, come sei diventato un illustratore? Come mai prediligi la tecnica digitale?

M.S. : Da bambino ogni tanto andavo nello studio di mio padre (il pittore Alberto Sughi) e disegnavo con lui. C’e’ una bellissima foto in bianco nero di Ugo Mulas dove io e mio padre siamo nel suo studio di Cesena ripresi di spalle ognuno davanti ad un cavalletto nell’atto del dipingere. Lui con il camice bianco io in maglietta e calzoncini corti. Io in quella foto debbo avere avuto 5 o 6 anni al massimo. Il piccolo quadro che sto dipingendo lo conserviamo ancora assieme ad altri nell’Archivio Sughi. Ho continuato a disegnare anche più tardi, e quando sul finire degli anni ’70 arrivai a Roma per finire gli studi e poi iscrivermi all’Università, conobbi Vincino, e collaborai al Male e poi a Zut pubblicando alcuni dei miei disegni e qualche collages.
Anche quando arrivai a Dublino sul finire degli anni 80 disegnavo ancora.
Mi ricordo been la stanza dove abitavo allora a Mount Eden Road, interamente tappezzata dei miei disegni alle pareti. Ma in tutto quel periodo (anni 80/90) la mia principale occupazione rimaneva quella accademica. Studiavo storia, storia medievale. Queste eran state le ragioni per cui dopo la laurea alla Sapienza di Roma mi trasferii a Dublino dove completai al Trinity College un PhD.

Mi fu poi assegnato un posto triennale all’Istituto di Studi Irlandesi presso il Queen’s University di Belfast dove lavorai alla pubblicazione di un manoscritto latino (un registro vescovile) per la Irish Manuscripts Commission (l’Istituto dedito alla compilazione e pubblicazione dei testi storici irlandesi). I due volumi che tra l’altro portano sulla copertina un ritratto immaginario di un vescovo fatto da mio padre, furono pubblicati nel 1999. In quello stesso periodo ero di nuovo al Trinity quando venni a sapere un po’ casualmente che Margaret Gowen LTD una delle principali compagnie di archeologi irlandesi stava cercando un illustratore. Mi presentai e l’indomani mi assunsero e rimasi a lavorare con loro per i prossimi dieci anni.
Si trattava di andare sui luoghi degli scavi e disegnare i rilievi delle mappe e i reperti archeologici degli scavi, perlopiù artefatti di epoca vichinga o tardo medievale. Era un periodo quello dei primi anni 2000 di enormi cambiamenti soprattutto nel settore edile in Irlanda (gli anni del boom economico e della Celtic Tiger) e il lavoro degli archeologi era tantissimo e importante.
La nostra compagnia tra l’altro ricevette l’incarico di trasferire lo studio di Francis Bacon da Londra (7 Reece Mews, South Kensington) a Dublino (all’interno della Hugh Lane Gallery, dove al presente rimane).
Tutti si sorpresero un poco della mia scelta, improvvisa, di aver lasciato la storia e l’Università, certo capivo le ragioni dello stupore erano chiare, ma io invece ero contento!

Fu proprio allora – quando lavoravo con Margaret Gowen – che iniziai anche ad usare Adobe Illustrator e le tavolette grafiche Wacom per i miei disegni al computer. Fino a quel punto al computer avevo sempre disegnato, gia’ a partire dai primi anni 90, usando solo il mouse e Adobe Photoshop.
Il medium digitale l’avevo imparato praticando da solo e, nei primi tempi, con l’aiuto di qualche manuale. Si trattava di tecniche del tutto nuove e come sempre accade quando si prova un medium del tutto nuovo, ci si sente pienamente liberi di poter sperimentare nel modo piu’ libero possibile. Anche per questo il mio modo di usare la tecnica digitale oggi rimane del tutto mio, originale, differente rispetto a come la insegnano e viene usata da altri pittori e illustratori.

Se dovessi dire cosa mi piace di più della pittura creata con la tecnica digitale direi la possibilità di realizzare un disegno e pittura molto pulita, chiara, priva di quei segni, cancellature, che svelano le contraddizioni, rifacimenti, pentimenti del loro autore. Ne esce un lavoro meno psicologico, più anonimo rispetto alla pittura su tela. L’autore rimane se vuole un poco piu’ nascosto. L’immagine e’ piu’ libera, le differenze tra pittura figurativa e astratta si assottigliano fino, probabilmente, a sparire.
So che rimane una certa ostilità verso la tecnica digitale. Ma un autore, un illustratore, un pittore, e’ abbastanza abituato e allenato ai sentimenti ostili, e non solo in riferimento alla tecnica, nei suoi confronti e in quelli del proprio lavoro.

Penso poi a David Hockney che con l’IPAD ha creato in tutto questo ultimo decennio dei lavori molto interessanti, di grande energia ed immaginazione che sono stati esposti nelle piu’ prestigiose gallerie e musei di tutto il mondo. E ritengo allora inevitabile (me lo auguro) che un giorno la tecnica digitale sara’ riconosciuta alla pari delle altre tecniche pittoriche (coi suoi pro e coi suoi meno logicamente).

IS: Ci racconti come nascono le tue opere? Le tue composizioni sono studiate, sono frutto di un lavoro di ricerca o il tuo è un approccio più istintivo?

M.S. : Parto da quello che guardo, mi colpisce e quindi poi fotografo ogni giorno nel corso delle mie passeggiate sul mare di Dublino e dei miei giri in città. Quando disegno parto quasi sempre da una mia fotografia quasi come per volere affermare che il punto da cui sono partito e’ uno puramente visivo a differenza di quello di altri illustratori il cui punto di partenza e’ piuttosto uno concettuale o interiore (psicologico / emotivo). Tuttavia una volta completata l’illustrazione finale ha una vita interamente sua e pressochè del tutto indipendente rispetto al punto da cui era partita; l’unica cosa che la unirà ancora a quella equivarrà ad un qualcosa come un filo, ancora visibile, ma veramente sottile: l’illustrazione infatti non e’ uno specchio della realtà, ma un’interpretazione soggettiva di quella o qualcosa scaturita da quella che poi e’ diventata una cosa del tutto a se’.

IS: Ci sono degli artisti o degli illustratori a cui ti ispiri o ti sei ispirato negli anni?

M.S. Di fianco al mio tavolo di lavoro questa mattina stanno i libri di Olimpia Zagnoli Caleidoscopica ed Elena Xausa, Coming Home, me li ha mandati Melania Gazzotti, la curatrice di entrambi, sapendo che Olimpia ed Elena sono due illustratrici che mi piacciono molto. Olimpia parte da John Baldessari ma poi lo moltiplica, lo espande lo capovolge sempre con grandissima immaginazione e gusto; Elena crea illustrazioni sempre incentrate sul movimento un movimento animato da un sorprendente senso di inaspettata gioia. Sulla parete davanti a me c’e’ invece il calendario 2021 di Guido Scarabottolo, il segno dei suoi pennelli e delle sue matite colorate le guardo come una bellissima metafora dell’immaginazione di un illustratore e artista di grande talento. E infine sull’altro tavolino, sul mio lato sinistro, ci sono uno sopra l’altro 4 libri di 4 pittori: Alex Katz, Wayne Thiebaud, Lois Dodd e Etel Adnan.
Quattro tra i piu’ grandi pittori (tutti grandi coloristi), americani d’oggi (Etel Adnan e’ di origini siriane ma e’ artista americana anche lei).
Le loro date di nascite mi rallegrano! Non perchè abbia il desiderio di una lunga esistenza, ma la sensazione che tu, pittore o illustratore che sia, ti potrai sempre confrontare con altri pittori e illustratori al di la’ di ogni differenza di eta’.
(Wayne Thiebaud ha 101 anni, e’ del 1920, Etel Adnan e’ del 1925, ha 96 anni, i piu’ giovani, Lois Dodd e Alex Katz, hanno 94 anni, sono entrambi del 1927)

IS: C’è un messaggio che cerchi di comunicare con il tuo lavoro?

M.S. :Solitamente e invero no!
Anche quando mi commissionano una copertina per un romanzo o un’illustrazione per qualche magazine cerco sempre di realizzare un lavoro che risalti per il valore dell’immagine e non del messaggio che tutti (in casi come questi) ci si aspetterebbe dovrebbe contenere.
Non sono un concettuale e un messaggio posto troppo davanti all’immagine guasta il mio lavoro. Detto questo non posso negare che una sorta di messaggio esista probabilmente anche nei miei lavori. Ma questo avviene quasi involontariamente, il messaggio entra inconsciamente, e certamente non e’ del tutto e subito apparente. E’ un messaggio che risiede più nello stile stesso del lavoro, nella scelta del soggetto e dei colori, che innegabilmente finiscono per riflettere la personalità del suo autore (in questo caso la mia).
Come dicevo sopra il soggetto dei miei lavori e’ generalmente uno molto semplice. Disegno e dipingo quello che mi sta attorno, le strade e le persone della città in cui vivo e a cui passo accanto, non ci sono temi tragici, fatti eclatanti, al contrario anche il soggetto come il messaggio, vuole essere quasi invisibile, come qualcosa di impercettibile che ci portiamo dentro, ci accompagna, quasi senza accorgercene.

Dublin, 14 luglio 2021

Una selezione di opere di Mario Sughi è disponibile qui.

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